L'abbraccio dei pianeti giganti

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 M. Capaccioli    29-01-2021     Leggi in PDF
Giove e Saturno sopra le Tre Cime di Lavaredo, in avvicinamento verso la grande congiunzione del 2020. Cortesia di G. Hofer.

Annus horribilis per via del COVID-19, il 2020 s'è chiuso con uno scenografico evento astrale: una congiunzione che, sebbene del tutto priva di conseguenze, ha da sempre una forte valenza astrologica e dunque un ruolo nella storia della nostra cultura. Lunedì 21 dicembre di un anno bisestile, in prima serata e in coincidenza con il solstizio d’inverno, epoca in cui il Sole, interrotto il proprio declino meridiano, riavvia l’annuale riscossa della luce sulle tenebre, Giove e Saturno, i pianeti che i Greci assunsero a rappresentazione della regalità, pur restando lontani 700 milioni di chilometri l’uno dall’altro, hanno toccato un raro minimo di distanza apparente. Davvero una coincidenza di elementi intriganti per coloro che guardano al cielo per trarne auspici, con ingenua ignoranza o per cinica venalità. La faccenda è invece assai più banale.

La congiunzione tra Giove e Saturno è un fenomeno appariscente che si ripete con periodicità ventennale. La ragione è semplice. Per completare un giro attorno al Sole, Giove impiega 11,9 anni terrestri. Saturno è più lento poiché, data la maggiore distanza eliocentrica, risente meno dell’attrazione gravitazionale dell’astro. Deve inoltre percorrere un’orbita di lunghezza quasi doppia, cosicché la sua rivoluzione dura 29 anni e mezzo. Facendo i conti di questo carosello, scopriamo che il “re dell’Olimpo” sembra riacchiappare suo “padre” ogni 19,85 anni. Insomma, è con questa cadenza che i due pianeti dovrebbero apparire sovrapposti a un osservatore seduto al calduccio sul Sole (che è il centro del moto). E per noi che siamo sulla Terra, a nostra volta partecipi della giostra celeste? Niente panico: il computo delle epoche delle congiunzioni geocentriche è più complicato, ma il risultato praticamente non cambia, con periodi tra due successivi contatti distribuiti entro un piccolo intervallo attorno ai vent’anni. Nulla di più. Ma perché, vi chiederete ora, quando i due pianeti si mettono in riga, essi appaiono molto vicini ma non perfettamente sovrapposti? Il fatto è che i loro piani orbitali, pur contenuti nella fascia zodiacale, non coincidono esattamente né tra loro né con quello terrestre. Le modeste inclinazioni relative, con un massimo scarto di 2,5 gradi, condizionano il perfetto allineamento e dunque modulano la separazione minima raggiunta a ogni rendez-vous. Quella del 2020 è stata di un decimo di grado, pari a un quinto del diametro lunare; record degli ultimi 8 secoli se si esclude la congiunzione del 1623 che tuttavia venne pudicamente mascherata dalla luce del giorno. Per vederne un’altra uguale dovremo aspettare 60 anni!

Tutto qui? Ma allora, a che pro tanto rumore? Perché sin dall’epoca degli astrologi caldei questo evento periodico è stato letto come un segno di importanti accadimenti, secondo un uso improprio del cielo che, comprensibile nell’infanzia mitologica dell’homo sapiens, diventa odioso al tempo di internet. Forse l’applicazione più spregiudicata, ancorché seducente, di questo modo di trattare il fenomeno riguarda una fantasiosa interpretazione della “stella di Betlemme” da parte di Keplero, a seguito della quale l’astronomo tedesco suggerì di ritoccare indietro di alcuni anni la data di nascita di Gesù. Una conclusione probabilmente corretta di un ragionamento infondato!


Massimo Capaccioli – Maremmano, emerito di astronomia all’Università di Napoli Federico II, si è occupato principalmente di galassie e di cosmologia osservativa. Già direttore dell’Osservatorio di Capodimonte, ha realizzato in Cile il telescopio VST. Appassionato divulgatore, scrive regolarmente per Il Mattino di Napoli ed è autore di alcuni libri tra cui L’incanto di Urania – 25 secoli di esplorazione del cielo, edito da Carocci.