Il dottorato di ricerca in Italia: i primi 30 anni

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S. De Pasquale   15-03-2014    Leggi in PDF

Con l’intento di capire come, anche nel nostro Paese, la ricerca possa produrre, di più e meglio, innovazione, Nicola Vittorio e Giampaolo Cerri, gli autori del volume “30 anni di Dottorato di Ricerca – L’ora del 2+3”, hanno scelto di guardare, a 30 anni dalla sua attivazione, al dottorato di ricerca in Italia e di metterlo a confronto con quello che sta accadendo in Europa e nel mondo.

Il libro costituisce una preziosa istantanea sul dottorato di ricerca: la sua nascita e il suo lento sviluppo, la sua incidenza sul mondo della ricerca, del lavoro e sulle grandi aziende. Lo studio è condotto con la precisione, la cura scrupolosa e la passione culturale che caratterizza gli autori e contiene una grande quantità di documenti, richiami tecnici, cifre e dati che ne fanno un testo di riferimento per gli addetti ai lavori.

La formazione dei dottori di ricerca, in Italia, assorbe risorse di cui, troppo spesso, finiscono per beneficiare atenei e istituzioni straniere che valorizzano e sfruttano l’alto livello di competenze raggiunto dai nostri giovani. Tuttavia, se c’è qualcosa che può aiutarci a invertire la tendenza di questa durissima crisi economica, questa è l’innovazione. E l’innovazione nasce dall’applicazione dell’ingegno umano, dallo sforzo creativo, dalla perseveranza nella speculazione, dalla curiosità nell’indagine. In una parola: l’innovazione scaturisce dalla ricerca scientifica.

E dov’è che la ricerca insegna se stessa, dove si è formati al metodo scientifico, la più grande rivoluzione del pensiero umano, se non nell’ambito dell’alta formazione che il dottorato di ricerca garantisce? Più dottorato, quindi, e più dottori di ricerca.

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