L'OCSE studia chi studia

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I. Rabuffo   30-10-2018    Leggi in PDF

L'OCSE studia chi studia

Foto di copertina del rapporto: OECD (2018), Education at a Glance 2018: OECD Indicators, OECD Publishing, Paris.

È stato recentemente reso noto il rapporto annuale dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) relativo all'argomento “Educationa at a Glance 2018”. L’affidabile e dettagliato rapporto fornisce dati sulla struttura, le finanze e le prestazioni dei sistemi di istruzione in 35 Paesi nel mondo. L’indagine utilizza interessanti indicatori quali l'equità nell'istruzione, l’influenza del genere, il livello di istruzione dei genitori, e molti altri.

Difficile riferire la complessità delle informazioni riportate nel rapporto, ma anche un punto di vista parziale è utile: come esempio guarderemo a due particolari indicatori relativi allo stato di salute dell’istruzione in Italia a confronto con i Paesi che aderiscono all’organizzazione. Il primo di questi indicatori registra il livello massimo di scolarizzazione nella popolazione (Indicatore A1, tabella A1.1 del rapporto). Colpisce il fatto che in Italia la laurea triennale sia considerata solo un titolo di transizione: infatti la tabella OCSE riporta una percentuale bassissima di persone che ottengono la laurea triennale (percentuale addirittura nulla per i diplomi post secondari) come titolo di studio finale; nella pratica stiamo dicendo che abbiamo ripristinato, nei comportamenti di fatto, il ciclo unico. Per il corso di laurea in Fisica questa è stata una scelta della politica universitaria italiana, nel senso che, nella maggioranza delle sedi, i dipartimenti di Fisica hanno organizzato il 3+2 con programmi in continuità, dando poco peso alla tesi triennale e favorendo l’accesso alla magistrale. In ogni caso è ormai chiaro che l’esperimento dell’istituzione dei diplomi di laurea triennale si può considerare fallito in Italia ma non, in media, negli altri Paesi dell’OCSE. Anche le indagini passate dimostravano che il tasso di occupazione è influenzato dall’organizzazione stessa delle filiere dell’educazione terziaria, e in particolare che l’assenza di segmenti intermedi (cioè lauree brevi) nei settori della tecnologia più avanzata ha impatto sulla disoccupazione giovanile. Per questo motivo nel 2017 il MIUR ha studiato misure finanziare specifiche per incentivare nuove lauree triennali professionalizzanti, pensate per facilitare l’entrata nel mercato del lavoro (interessante consultare a tal proposito la bozza del decreto datato febbraio 2017). Di contro la percentuale dei giovani che hanno un titolo di studio superiore alla triennale, pur essendo bassa (14%), è in linea con la media dei Paesi Europei. La buona notizia è che tale percentuale è aumentata costantemente durante l’ultimo decennio, e va inoltre notato che il divario di genere tra gli immatricolati ai programmi terziari (Università e oltre) è a favore delle donne nella media dei Paesi dell’OCSE, Italia inclusa.

Per concludere, un breve commento su un secondo indicatore: il tasso di inattività. In Italia, nel 2017, il 30% dei giovani tra i 20 e 24 anni non lavorava né studiava, né frequentava un corso di formazione professionale. Nell’area OCSE la media è del 16% (pag. 3 di “Education at a Glance 2018”). Questo aspetto è forse il vero male. Male, a mio avviso, incurabile in tempi brevi perché ha origini troppo antiche in una politica sciagurata che ha prodotto disinteresse, sfiducia e consapevolezza del “tanto è inutile”. La strategia del minimo sforzo ha contaminato i giovani e ha definitivamente avvelenato le prospettive. Tuttavia, riconoscere la malattia è indispensabile per intraprendere la cura, studiare le giuste manovre e aspettare i lunghi tempi necessari per generare la società che ci piace immaginare.

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